IL festival

Chiarimento dell’esperienza sul senso della vita. (1)


Questa esperienza ha l’obiettivo di indurre nel praticante immagini, insolite, per avvicinarlo a nuovi fenomeni di percezione. La singolare maniera di vedere le cose, che viene descritta, è utile in quanto presenta la possibilità di esistenza di un mondo nuovo e di un nuovo senso anche nel contatto con gli oggetti quotidiani. Le sperienze chiamate « mistiche» e quelle psichedeliche esercitano una così grande attrattiva sulle nuove generazioni perchè permettono una percezione non abituale della realtà. Tuttavia il limite di queste esperienze si trova, per il primo caso, nella fede, e per il secondo nell’azione distruttiva di un prodotto chimico artificiale.


Disteso in un letto, mi sembra di essere in una stanza di ospedale. Sento appena lo sgocciolio di un rubinetto chiuso male. Provo a muovere le membra e la testa, ma non mi rispondono. A fatica riesco a tenere gli occhi aperti.

Mi pare che qualcuno accanto a me abbia detto che fortunatamente sono fuori pericolo… che adesso è solo questione di riposo. Inspiegabilmente quelle parole confuse mi danno un grande sollievo. Sento il corpo intorpidito e pesante, sempre più fiacco. Il soffitto è bianco e liscio, ma ogni goccia d’acqua che sento cadere scintilla sulla sua superficie come uno schizzo di luce.

Una goccia, una riga. Poi, un’altra. E poi, molte linee. Quindi, ondulazioni. Il soffitto si va modificando, seguendo il ritmo del mio cuore. Può darsi che sia un effetto delle arterie dei miei occhi, a causa del battito del sangue. Il ritmo va disegnando il volto di una persona giovane.

– Ehi, tu! – mi dice – perché non vieni? – Certo – penso – perché no?

Lì davanti si svolge il festival di musica e il suono degli strumenti inonda di luce un enorme spazio tappezzato d’erba verde e di fiori.

Sono disteso sul prato e guardo lo scenario. Intorno a me c’è molta gente ma mi fa piacere constatare che non c’è affolla mento perché c’è molto spazio. In lontananza posso vedere dei vecchi amici d’infanzia. Sento che stanno davvero a loro agio. Concentro l’attenzione su di un fiore, attaccato al suo ramo da un sottile stelo di pellicola trasparente, al cui interno si fa più intenso il verde rilucente. Allungo la mano, sfiorando delicatamente con un dito lo stelo lucente e fresco, appena interrotto da piccolissimi rigonfiamenti. Così, salendo tra le foglie di smeraldo, raggiungo i petali che si aprono in una esplosione multicolore. Petali come vetrate di solenne cattedra le, petali come rubini e come fuochi di legna destatisi in alta fiammata… E in questa danza di tonalità cromatiche sento che il fiore vive come se fosse parte di me. (*)

E il fiore, mosso dal mio contatto, lascia cadere una goccia di rugiada sonnolenta, appesa appena all’ultimo petalo. L’ovale della goccia vibra, poi si allunga e, ormai nel vuoto, si appiattisce per poi arrotondarsi di nuovo, cadendo in un tempo senza fine. Cadendo, cadendo nello spazio senza limite… Alla fine, urtando contro il cappello di un fungo, vi rotola sopra come pesante mercurio per scivolare fino ai suoi bordi. Lì, in uno spasimo di libertà, si slancia verso una piccola pozza in cui solleva onde burrascose che bagnano un’isola di marmo. (*)

Alzo gli occhi per vedere un’ape dorata che si avvicina per succhiare il fiore. E in quella violenta spirale di vita contraggo la mia mano irrispettosa, allontanandola da quella abbagliante perfezione.

La mia mano… La guardo attonito, come se la vedessi per la prima volta. Rigirandola, flettendo e allungando le dita, comprendo che tutte le strade del mondo convergono lì. Sento che la mia mano e le sue profonde linee non mi appartengono e dentro di me sono contento di non possedere il mio corpo.

Lì davanti si sta svolgendo il festival ed io so che la musica mi mette in comunicazione con quella ragazza che si guarda il vestito e con il giovane che, accarezzando un gatto azzurro, si appoggia all’albero.
So di aver vissuto in precedenza la stessa cosa, di aver captato la sagoma rugosa dell’albero e le differenze di volume dei corpi. Già un’altra volta ho notato quelle nuvole ocra dalla forma morbida, che sembrano di cartone ritagliato nel celeste limpido del cielo.
Ed ho anche vissuto questa sensazione senza tempo in cui i miei occhi paiono non esistere, perché vedono ogni cosa con trasparenza, come se non fossero gli occhi del guardare di tutti i giorni, quelli che intorbidano la realtà. Sento che tutto vive e che tutto sta bene; che la musica e le cose non hanno nome e che davvero nulla le può designare. (*)

Nelle farfalle di velluto che mi volano intorno riconosco la qualità delle labbra e la fragilità dei sogni felici.

Il gatto azzurro mi viene vicino. Mi rendo conto di una cosa ovvia: si muove da sé, senza fili, senza un controllo remoto. Lo fa da solo e la cosa mi lascia attonito. Nei suoi movimenti perfetti e dietro i begli occhi gialli so che pulsa una vita e che tutto il resto è travestimento, come la corteccia dell’albero, come le farfalle, come il fiore, come la goccia di mercurio, come le nuvole ritagliate, come la mano dalle strade convergenti. Per un attimo ho la sensazione di comunicare con qualcosa di universale. (*)

…Ma una dolce voce mi interrompe prima di passare a un altro stato di coscienza. “Lei crede che le cose siano così? – mi sussurra lo sconosciuto – Le dirò che non sono né così né in altro modo. Lei tornerà presto al suo mondo grigio, senza profondità, senza allegria, senza volume. E crederà di aver perduto la libertà. Per ora lei non mi capisce, poiché non possiede la capacità di pensare come vuole. Il suo apparente stato di libertà non è che un prodotto della chimica. Succede a migliaia di persone, alle quali ogni volta do il mio consiglio. Buongiorno!” L’amabile signore è scomparso. L’intero paesaggio comincia a girare in una spirale grigio chiaro, finché riappare il soffitto ondulato. Sento la goccia d’acqua del rubinetto. So di trovarmi in una camera, disteso. Mi accorgo che l’ottusità dei sensi va diluendosi. Provo a muovere la testa e la testa risponde. Poi, gli arti. Mi stiro e verifico che sono in perfette condizioni. Salto giù dal letto riconfortato, come se avessi riposato per degli anni.

Vado verso la porta della camera. L’apro. Trovo un corridoio. Cammino a passo svelto verso l’uscita dell’edificio. La raggiungo. Vedo una grande porta aperta, attraverso la quale passa molta gente in entrambe le direzioni. Scendo qualche scalino e arrivo in strada.


Raccomandazione. (1)

Nei giorni successivi all’esperienza cercare di avere una visione nuova ed entusiasmante delle cose e delle persone con cui abbiamo un rapporto quotidiano. La raccomandazione è limitata a questo; non pretendiamo di far nostra una nuova forma di percezione.E’ sufficiente una sola esperienza di questo tipo. Al contrario, un suo esercizio continuo non è utile nella vita quotidiana, in quanto predispone ad una contemplazione inattiva che porta alla chiusura mentale. Sarebbe bello se quest’esperienza potesse aiutare a comprendere che, oltre la piattezza della realtà abituale, esiste una dimensione della mente carica di speranza!

Note (1)

In Cielo e Inferno Huxley annota: «Per la maggior parte di noi il mondo dell’esperienza quotidiana è quasi sempre insipido e monotono. Tuttavia, per poche persone con frequenza, e per un buon numero di altre di quando in quando, appare qualcosa che ha la lucentezza dell’esperienza visionaria, come se abbandonassimo la visione corrente e trasfigurassimo l’universo quotidiano ».

Il punto di vista di uno psicologo che ha analizzato a fondo questa esperienza (meditandola mentre un’altra persona la leggeva a voce alta) è il seguente: « Ho visto che potevo effettivamente indurre in me uno stato di « percezione aperta» senza ricorrere a droghe o ad altri procedimenti più o meno dissocianti (penso alle pratiche di veglia ad oltranza; digiuno; diete alimentari a basso apporto calorico; respirazione forzata; esperimenti in cui il soggetto viene chiuso in un ambiente oscuro in stato di immobilità, trance sperimentale e religioso, etc.).

Questo tipo di esperienza rappresenta di per sè un grande avanzamento per la sua innocuità e per le possibilità che offre al ricercatore degli stati speciali di coscienza. Ma inoltre, nella pratica professionale, non si potrebbe contare, nelle esperienze guidate come strumento di terapia? Anche se mi è stato spiegato che non sono state concepite con tale intento, insisto che questa possibilità non dovrebbe essere scartata a priori. Infine, ponendoci dal punto di vista della Psicologia Sociale, forse si potrebbe dare orientamento ad un enorme numero di persone che ricorrono alla droga e all’alcol come panacea. Questi sono gli interrogativi che pongo. Per quanto mi riguarda la materia mi apre un campo di studio che solo poche ore fa non avrei preso in considerazione. Forse perché sono rimasto fortemente impressionato da questa esperienza.


N.d. redazione: il testo segnato con (1) relativo ai chiarimenti, raccomandazioni e note era presente nella edizione del 1980, l’autore nella revisione eseguita nel 1988, lo ha sostituito con le attuali note. Il libro è stato così pubblicato nel 1989 in 16 lingue.

La redazione ha ritenuto utile inserire il succitato testo originario in quanto permette un’ approfondimento delle narrazioni e dei giochi di immagine, non solo come opere letterarie, ma come “modello di meditazione dinamica, il cui oggetto è la vita di chi medita e la cui intenzione è individuare e superare i conflitti.

Le esperienze guidate permettono, a coloro che le praticano,di riconciliarsi con se stessi, superando le frustrazioni ed i risentimenti passati, ordinando le attività presenti e dando al futuro un senso che elimini le angosce, i timori ed il disorientamento. 

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