Funzioni dell’immagine

Lo studio dell’ immagine permette di comprendere la forma che ha la coscienza per esprimersi nel mondo. L’ immagine compie la funzione di:

  • attivare i centri di risposta per allontanare o avvicinare la struttura psicofisica dagli stimoli a secondo delle loro caratteristiche. Si ricorre all’immaginazione anche nel caso della memoria, i cui dati piacevoli o dolorosi, attivano la struttura psicofisica in una o in un´altra direzione.
  • trasportare gli impulsi ai centri di risposta. Quando sorge una immagine tende ad attivare una risposta grazie al meccanismo della” tonicità muscolare”. Pertanto diciamo che l’immagine porta cariche psichiche da un punto all’altro, trasferendo impulsi che in certe occasioni possono essere tensioni, irritazioni, o dati di memoria. Questi impulsi si convertono in immagini che, inviando segnali ai centri, terminano attivando il corpo. Attraverso l’immagine i registri di piacere o dolore possono manifestarsi nell’attività del corpo.
  • L’utilità del meccanismo della funzione “catartica” dell’immagine, è notevole per l’economia dello psichismo, cioè scaricare tensioni mediante l’evocazione di situazioni piacevoli o dolorose. L’immagine può svolgere una “funzione trasferenziale”, quando questa si separa dal campo di impulsi da cui ha avuto origine.
  • Ogni impulso proveniente dai sensi o dalla memoria suscita una immagine, nell’apparato di registro. Le immagini che accompagnano le percezioni dei sensi generano un’attività di risposta allo stimolo iniziale.

    Quindi non è la sensazione o la percezione ad attivare una risposta, ma le immagini suscitate dalla percezione. Crediamo che molti aspetti del tema che stiamo trattando, restino opportunamente chiariti nella seguente nota che, anche se estesa, ci sembra importante inserire:

“Per allungare un braccio, aprire una mano e prendere un oggetto, ho bisogno di ricevere informazioni sulla posizione del braccio e della mano. Queste mi arrivano grazie a percezioni cinestesiche e cenestesiche, cioè percezioni provenienti dall’intracorpo, il quale e’ dotato di sensori che eseguono compiti specializzati, proprio come fanno i sensori tattili, uditivi, gustativi, visivi, olfattivi dei sensi esterni. Ho anche bisogno di mettere insieme dei dati visivi riguardanti la distanza tra il mio corpo e l’oggetto. In altre parole prima di estendere il braccio debbo raccogliere una complessa quantità di informazioni, una “struttura di percezioni” e non una semplice somma di percezioni separate.

Nel mentre mi dispongo a prendere un oggetto, effettuo anche una selezione dell’informazione, scartando quella che al momento non mi serve. La concezione secondo la quale mi limito a rimanere passivo mentre percepisco mi risulta del tutto inadeguata a spiegare il fatto che posso dare direzione ad una struttura di percezioni conformemente all’intenzione di prender un oggetto. Tutto ciò mi diventa più chiaro quando passo ad eseguire il movimento: mi rendo conto che posso “aggiustare” continuamente il movimento stesso grazie ai dati che i sensi mi forniscono su di esso secondo un meccanismo di retroalimentazione. E’ chiaro che la semplice percezione non e’ in grado di spiegare come possa mettere in movimento il braccio e riaggiustarne la traiettoria. A questo punto, per evitare di confondere le diverse sensazioni, decido, una volta collocatomi di fronte all’oggetto, di eseguire ad occhi chiusi le operazioni con il braccio e la mano. Sperimento nuovamente le sensazioni interne ma, in assenza della vista il calcolo della distanza mi risulta difficile. Se rappresentandolo, sbaglio la posizione dell’oggetto, se cioè lo immagino in un luogo diverso da quello in cui esso si trova realmente, sicuramente la mia mano non riuscirà a prenderlo. La mia mano, cioè, si muoverà nella direzione “tracciata” dall’immagine visiva. Altrettanto posso esperire con gli altri sensi esterni che traggono informazioni dai fenomeni: anche ad essi corrispondono delle immagini che sono, apparentemente, delle “copie” delle percezioni. Posso infatti contare su delle immagini gustative, olfattive, ecc. Così come su immagini corrispondenti ai sensi interni, quali posizione, movimento, dolore, acidità, pressione interna, ecc.

Se approfondisco questo aspetto, scopro che sono proprio le immagini a determinare le attività del corpo, e che esse, pur riproducendo la percezione, sono dotate di una grande mobilità: sono instabili e tendono a trasformarsi sia volontariamente che involontariamente. A questo punto devo ricordare che la Psicologia ingenua ha creduto che le immagini fossero qualcosa di passivo e che la loro unica funzione fosse quella di costituire il fondamento dei ricordi; pertanto mano a mano che esse si allontanavano dalla “dittatura” della percezione, finivano per cadere nella categoria degli errori privi di significato. A quei tempi tutta la pedagogia si basava sulla crudele ripetizione a memoria dei testi mentre la creatività e la comprensione erano ridotte al minimo giacché, come abbiamo osservato, la coscienza era considerata passiva. Ma andiamo avanti.

E’ evidente che anche dell’immagine ho una percezione, e questo mi permette di distinguere un immagine dall’altra proprio come distinguo una percezione dall’altra. O forse non mi risulta possibile ricordare delle immagini, rappresentare cose immaginate in precedenza? Vediamo. Se adesso, con gli occhi aperti, effettuo l’operazione di prendere un oggetto, non mi sara’ agevole percepire l’azione dell’immagine che va sovrapponendosi alla percezione; ma se immagino l’oggetto in una posizione falsa, nonostante abbia visto e conosca la sua posizione vera, la mia mano si muoverà di slancio verso ciò che ho immaginato e non verso ciò che ho visto. Quindi e’ l’immagine e non la semplice percezione a determinare l’attività nei confronti di un oggetto. Si può replicare utilizzando l’argomento dell’arco riflesso corto che non passa per la corteccia cerebrale ma si chiude a livello di midollo, dando origine ad una risposta ancor prima che lo stimolo possa essere analizzato: ma se con questo si vuol dire che esistono risposte automatiche che non richiedono l’attività della coscienza, noi stessi possiamo citare un gran numero di operazioni involontarie, naturali, comuni tanto al copro umano che a quello di diversi animali. Solo che in questo modo non si fornisce alcuna spiegazione sul problema dell’immagine.

Sul tema delle immagini che si sovrappongono alla percezione, aggiungeremo che si tratta di un fenomeno che si da’ in tutti i casi, anche se non riusciamo ad osservarlo con la stessa chiarezza con cui lo osservavamo allorché immaginavamo accanto ad un oggetto realmente percepito una sua copia inesistente. Dobbiamo anche considerare che il braccio non risponde solo perché se ne e’ immaginato visivamente il movimento. Il braccio si muove quando viene lanciata nell’intracorpo un immagine che corrisponde alle percezioni interne del livello muscolare, del livello in cui si produce il movimento. L’immagine visiva, invece, traccia la direzione lungo la quale il braccio tenderà a spostarsi. Queste affermazioni trovano conferma nel fatto che durante il sonno il corpo del dormiente, nonostante il gran proliferare di immagini, permane quieto. E’ chiaro che in questo caso il paesaggio di rappresentazione del dormiente si e’ “interiorizzato”, per cui le sue immagini si dirigono verso le cappe più interne dell’intracorpo e non verso gli strati muscolari. Nel sonno i sensi esterni tendono a disattivarsi, e lo stesso vale per le loro immagini. Se si cita il caso dell’agitazione che accompagna gli incubi o il sonnambulismo, risponderemo che dal livello di sonno profondo si passa gradualmente a quello di dormiveglia attivo; qui i sensi esterni si mettono in funzione, e le immagini cominciano ad “esteriorizzarsi” ponendo il corpo in attività.” (1)

L’immagine orienta il sistema muscolare. Non è lo stimolo che muove i muscoli, ma è l’immagine che agisce sui sistemi muscolari esterni ed interni, producendo numerosi fenomeni fisiologici. La funzione dell’immagine è quella di apportare e restituire energia al mondo esterno dal quale arrivano le sensazioni.

In questo modo, gli impulsi cenestetici origineranno immagini, ma quando entrano in funzione i fenomeni di traduzione e di trasformazione, le cose si complicano enormemente, perché possono apparire immagini specifiche di un senso nonostante che gli impulsi che le hanno originate provenissero in realtà da altri sensi.In questo modo, per esempio, un dato cenestesico arrivando alla coscienza si configura come immagine visiva, anche se la sua fonte primaria sia stata cenestesica. La cenestesia non invia informazione sotto forma di immagini visive, ma comunque si produce una traduzione dell’impulso ed il segnale, che inizialmente è stato di tipo cenestetico, arriva alla coscienza come immagine visiva, auditiva o di altro tipo.

Effettivamente i fenomeni di trasformazione e traduzione di impulsi creano notevoli complicazioni quando si vuole seguire il percorso degli impulsi in generale. Seguire un determinato impulso risulta difficile proprio per le trasformazioni a cui può andare in contro nel corso del suo cammino. Proprio la mobilità degli impulsi e la loro capacità di essere trasformati e tradotti ha impedito agli studiosi che se ne sono occupati, di comprendere il corretto funzionamento dello psichismo.

Se si intende questo il problema della sofferenza verrà valutato in modo completamente diverso. Considerate infatti che ciò che provoca dolore in un punto del corpo può venire illusoriamente trasformato e tradotto e poi subire nuove deformazioni al momento di venire evocato. Per la sofferenza – ora non parliamo del dolore fisico ma di quello psicologico – sono valide le stesse considerazioni. Ma se gli impulsi di dolore o di sofferenza si trasformano in immagini che non corrispondono più ad essi, neppure le risposte attivate da tali immagini corrisponderanno più agli impulsi iniziali.


Silo, Conferenza “Pensiero e opera letteraria” opere complete volume 1 Multimage, Torino 2002, pqg. 882 – 883;

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